@Dynam0
Un posto in cui tornare.

Ci sono persone che sanno esattamente dove stare.
Hanno un posto, una direzione, qualcosa a cui appartenere.
Poi ci sono io.
Io che entro in una stanza e mi siedo, parlo, rido, faccio tutto quello che dovrei fare… ma che dentro resto sempre in piedi.
Come se fossi di passaggio, sapendo in fondo, non fosse il mio posto.
Non è solitudine.
La solitudine la riconosci, la capisci.
Questa è diversa, è più silenziosa, più costante.
È quella sensazione che ti segue ovunque, anche quando sei in mezzo agli altri, è accorgerti che gli altri si trovano... si scelgono, si sentono a casa l’uno con l’altro.
E tu no.
Tu sei sempre "quello che si adatta", "quello che si inserisce", "quello che riesce a stare ovunque…" ma che in fondo non appartiene a niente.
E allora, purtroppo, impari...
Impari a non dirlo.
Impari a fare finta che vada bene.
Impari a diventare abbastanza per tutti, ma mai davvero qualcosa per qualcuno.
La cosa più dura non è nemmeno questo, ma rendersi conto che, col tempo, inizi a pensare che il problema sia tu.
Che ci sia qualcosa che non funziona, qualcosa che gli altri hanno e tu no.
Allora ti "sistemi".
Ti "aggiusti".
Ti "limi".
Smetti di dire certe cose.
Smetti di essere troppo.
Smetti di essere te.
Fino a quando un giorno ti guardi allo specchio e non ti riconosci più, come se indossassi una maschera.
Ed è lì che capisci. Capisci che non hai trovato il tuo posto.
Ma che, nel tentativo di appartenere a qualcosa, ti sei allontanato da te stesso.
Forse è proprio questo che fa più male.
Il non sapere più se appartieni ancora a te, e quando perdi anche quello… non c’è più nessun posto
in cui tornare.