@Midnights
c'è un che di poetico nel farsi male

bisogna soltanto imparare ad osservarlo
è l'odore di carne bruciata, o sei tu che tremi con un accendino in mano
è il liquido rosso che si sparge sul pavimento
o un pezzo di vetro raccolto per strada
sono le lacrime che bagnano il cuscino
o le tue nocche a pezzi e sanguinanti per un attacco di rabbia
c'è un che di confortante in tutto questo.
nelle medicazioni. nel "dopo".
nel sapersi cullare da soli ripetendosi all'infinito che va tutto bene, quando in realtà di bene non va un cazzo.
perché per dover fare male a se stessi bisogna essere rotti dentro. per forza.
non c'è una regola, un modo giusto, uno sbagliato.
semplicemente un giorno hai undici anni e prendi per la prima volta un taglierino in mano, chiedendoti cosa ci sarebbe di male provando una sola volta.
poi passi le estati successive con le braccia e le gambe sfregiate. e ti vergogni, sì, ma sei anche un po' fiera.
poi, un'altro giorno, di anni ne hai quindici, e ti spegni addosso una sigaretta. quel bruciore non è confortante come aprirsi la pelle, ma ti va bene lo stesso.
alla fine, sono cicatrici comunque.
passi all'accendino, alla carne bruciata.
finché non ti tolgono tutto.
e allora lì diventi pazza. inizi a spaccarti le nocche, ti arrabbi, ti fai del male perché è l'unico modo che conosci per capire un pochino di più il mondo.
ma alla fine, che sia poetico, distruttivo, o semplicemente orribile, stai comunque distruggendo te stesso. sia dentro che fuori.